Chi c'è dietro Sottovoce
La calligrafa della tua luce.
Ho sempre scritto molto nella mia vita. Per liberare la fantasia, per sognare più o meno in grande, per lavoro, per amore. Col tempo però ho capito che con le immagini posso raccontare molto, molto di più.
Per questo il mio stile fotografico, anche grazie ai miei studi di impronta umanistica e al mio sguardo allenato tra libri e cinema, è fortemente narrativo e poetico.
Aderisco molto all'essenza di chi ho davanti - che siano mamme e papà in attesa, bambini, coppie o persone singole: le pose stereotipate e le forzature nelle immagini rientrano tra le cose che meno tollero nella vita.
Il mio scopo è creare un piccolo racconto visivo su di voi e su ciò che vi rende unici. Come una pagina scritta bene, ma con una calligrafia fatta di luce.
NON HO UNO STUDIO
Sono nata e cresciuta tra i venti ribelli del lago di Como e le vette gloriose della Valle Intelvi: per questo, ostinatamente, non ho mai desiderato uno studio. Le mie fotografie nascono e vivono all'aria aperta ("sono piene di vento", dico sempre), o in quel caleidoscopio di vita che è la vostra casa: non potrebbero mai appiattirsi tra le quattro pareti di uno studio.
HO INIZIATO COSì
Per una decina d'anni ho tenuto in mano la mia macchina fotografica in ogni pausa dal mio lavoro ufficiale di marketer e copywriter, in quel modo allegro e un po’ matto con cui facciamo le cose che ci appassionano. Quando sono nati i miei figli, mi sono specializzata nella ritrattistica di famiglia: ho studiato molto dello studiabile, da sola e con alcuni tra i migliori ritrattisti family italiani e americani.
HO TRE BAMBINI
Mi piace chiamarli "i miei tre viaggi interstellari", perché per me la maternità è esattamente questo: un viaggio. Raccontare con la fotografia la loro crescita mercuriale è più di una necessità per me: è uno dei miei tanti doveri di madre. Per questo sento così forte la motivazione ad aiutare altre famiglie a fare lo stesso: creare un patrimonio fotografico per i propri figli.
 
l'anno in cui ho capito una cosa fondamentale
Perché fotografo le famiglie
Durante la reclusione del COVID ho messo mano all'enorme eredità fotografica di mia nonna Bianca, oltre che all'intenso carteggio che aveva avuto con nonno Giuseppe sin dal primo giorno che si erano conosciuti, nel dicembre del 1946.
Ricostruire la cronologia di intere scatole di fotografie, inseguire nomi tra i rami dell’albero genealogico per restituirli ai volti, e poi la parte più bella: dare voce a quelle lettere accostandole alle immagini scattate negli stessi giorni in cui erano state scritte.
Mi sono sentita una creatura mitologica a metà tra una filologa e un'artista di storyboard.
È stato un viaggio emozionale nel passato, qualcosa di molto vicino a ciò che il cinema sa fare; ma più di tutto, mi ha fatto capire il valore incredibile della fotografia di famiglia, la sola capace di mostrare l'epica quotidiana di tutti noi.
Senza quelle fotografie non saprei nulla della vita di mia nonna Bianca, prima che diventasse semplicemente "mia nonna".
È stato lì che ho capito che la fotografia alla fine è questo: qualcosa che si tramanda di generazione in generazione.
E io voglio creare immagini che, un giorno, aiuteranno qualcuno a ricordare da dove viene.
 
"Dopo quarant'anni di mestiere e di riflessione sono arrivato alla convinzione che la massima ambizione per una fotografia è di finire in un album di famiglia."
Ferdinando Scianna
Se ti piacciono le fotografie color nostalgia (sì, come le stoviglie di Guccini!), sei nel posto giusto. E siamo già amici.
 
(Alcune) cose che amo, ovvero: il mio piccolo inventario di luce.
 
- I colori fuori dai bordi nei disegni dei miei bambini.
- I grilli e le cicale, perché cantano senza un pubblico che li guardi.
- Tutto (tutto) quello che hanno scritto Michela Murgia, Elsa Morante, Beppe Fenoglio, Natalia Ginzburg, Cesare Pavese, Mariangela Gualtieri. Proseguo?
- Le vecchie foto di sconosciuti alle bancarelle dei mercati antiquari.
- Le nuvole quando lasciano intravedere un solo spazio di azzurro, perché lì puoi pensare a un ricordo che vuoi tu.
- I colori e le sensazioni che ci scaraventano addosso.
- I controluce di Fan Ho.
- I bambini quando raccontano cosa hanno sognato.
- le cose che spettinano.
- Il modo in cui Capa guarda Gerda in quella fotografia al sole.
- Summer on a solitary beach.
- I tramonti sfacciati dell'Oltrepo Pavese.
- Daniel Norgren. Giorgio Poi. Battiato.
- I vecchi giochi di legno, sbeccati e resistenti. I Pinocchi.
- I baci rumorosi.
- Il cielo che entra dalla mia mansarda.
- L’iride, in cui ogni sguardo diventa un mondo a sé.
- Il pioppo tremulo, per il suo ammettersi impaurito al mondo.
- Lucio Dalla quando dice: spegni la luce che il cielo c’è.
- Le virgole, perché sono meno arroganti dei punti fermi.
- Il grigio 50%, perché un mondo di soli bianchi e neri è un mondo privo di immaginazione.
- Le albe viste da chi ha vegliato.
- Le luci che brillano tutta notte sulla sponda opposta del lago dove vivo, come se fosse sempre festa.
- Il ranuncolo scellerato, per il suo nome che profuma di inquietudine; il tarassaco per il suo saper crescere solo dove sa che non sarà falciato; l’iris giapponese per quel suo miracolo inconsapevole di sembrare un dipinto.
- Le querce secolari: abbracciarle è cosa viva.
- Le insegne sbiadite.
- La luce che filtra dalle nuvole e colpisce un punto preciso del mondo.
- Il voler aggiustare le cose prima di buttarle.
- Guardare la luna piena sul lago ascoltando Claire de Lune.
Creerò per te le immagini che io stessa vorrei avere di me e della mia famiglia.
Questa è la promessa più potente che possa farti.
 
E quindi?
 
Se senti che la mia storia e quello in cui credo ti risuonano, forse significa che dovremmo almeno farci una chiacchierata.